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"Quando smettiamo di cercare fuori"

Immagine del redattore: Sabrina Mandala DevaOm
Sabrina Mandala DevaOm
3 ott
Tempo di lettura: 2 min

Non appena cominci ad approfondire un tema, che si tratti di alimentazione o di qualsiasi altra cosa, ti accorgi che una teoria è spesso l’esatto contrario dell’altra. Ciò che oggi consideriamo una verità, domani potrebbe essere superato da una nuova scoperta, da un’altra prospettiva, da un’altra verità.


E così accade per le cose apparentemente semplici, ma anche per quelle molto più serie.


L’essere umano ha sicuramente una dote: quella di contraddirsi, di tradirsi, di sabotarsi. Ha la capacità di cadere nelle trappole più sottili della propria natura, di perdersi e, a volte, di vendere la propria anima al potere, al successo, al denaro, alla necessità di avere ragione, persino alla calunnia.


E non c’è santo che tenga.


Possiamo essere cattolici, protestanti, atei, buddhisti, induisti, ebrei… ma non c’è religione che, da sola, possa guarirci da noi stessi.


L’essere umano ha bisogno di trovare una guida, qualcuno o qualcosa che gli restituisca la speranza nella vita, che lo aiuti a sentirsi libero dai sensi di colpa, dal peso delle responsabilità, dalla paura di non farcela.


E così, invece di cercare dentro di sé la propria realizzazione spirituale, può finire per procedere a occhi chiusi, a tentoni, cercando nell’altro la forza, la fede, la risposta, persino una ragione per vivere.


Fino a quando quel qualcuno può approfittarsene. Fino a quando la fiducia può trasformarsi in dipendenza. Fino a quando l’affidarsi può diventare un terreno fertile per l’inganno.


Perché l’inganno, spesso, nasce in una società malata, in una famiglia malata, in luoghi dove ci si preoccupa più di nascondere che di affrontare, più di liberarsi del peso che di assumersi la responsabilità di ciò che accade.


E allora la storia si ripete.


Un padre che approfitta del figlio. Un prete del proprio fedele. Un guru del proprio adepto. Una persona dell’altra persona.


Cambiano i ruoli, cambiano i contesti, cambiano i secoli. Ma il meccanismo può essere lo stesso.


E allora mi chiedo: arriverà mai il coraggio di guardarci davvero dentro?


Di ascoltarci. Di riconoscerci. Di tornare a essere guida della nostra stessa vita.


Di comprendere che siamo parte della Natura, che il corpo conserva tracce di ciò che viviamo, che alcuni pensieri si radicano dentro di noi, si cristallizzano nelle nostre emozioni, nei nostri comportamenti, nelle nostre relazioni e, talvolta, diventano persino scenari della nostra vita.


Ma allora… quando arriverà il tempo di smettere di puntare il dito verso l’altro?


Quando arriverà il tempo di riconoscere che possiamo essere, gli uni per gli altri, medicina e non ferita?


Sono passati anni. Generazioni. Millenni.


Eppure, forse, siamo ancora qui.


A cercare fuori ciò che continuiamo a non voler incontrare dentro.


Non siamo ancora pienamente nel nostro centro. Nella nostra casa. Nel nostro cuore.


 
 
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