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Racconti

  • Immagine del redattore: Sabrina Mandala DevaOm
    Sabrina Mandala DevaOm
  • 20 nov 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

È come andare in bicicletta, una volta imparato non puoi più dimenticare. È una di quelle certezze che la vita ti lascia addosso senza che tu te ne accorga davvero. Vale per tante cose, anche per quelle che sembrano richiedere disciplina, concentrazione o un allenamento costante. Le lingue straniere che credevi di aver dimenticato, le abilità che per anni non hai più usato, i movimenti che sembravano svaniti, basta un attimo, un ricordo, un gesto e ritornano, integri, familiari.

E ogni volta che ripenso a tutto questo, inevitabilmente mi torna addosso quella sensazione, la spinta del sellino, la prima, quella decisiva. Mio padre dietro di me, la mano grande e stabile che mi reggeva, e la sua voce più sicura di quanto io mi sentissi. Non sapevo ancora pedalare davvero, ma mi fidavo totalmente. Sentivo il suo passo che rallentava, poi quella mano che pian piano si allontanava, e il mondo che si apriva davanti.


Erano giorni in cui la strada era il nostro regno. Bastava una bici, due amici, un pomeriggio qualunque e diventava avventura. Le corse finite col fiato corto, le cadute sulla strada sterrata, i luoghi nascosti che ci sembravano tesori proibiti solo perché i grandi ci avevano detto di starne alla larga. Il cielo si scuriva piano, come se volesse rallentare lo spegnere della nostra gioia. I volti sparivano nell’ombra, ma le voci restavano come le risate e gli schiamazzi.


Ci raccoglievamo sul bordo della strada, in cerchio, le ruote accostate a pochi centimetri. Bastava che uno perdesse l’equilibrio e cadevamo tutti, uno sopra l’altro, in un miscuglio di gambe, polvere e risate che sembravano non finire mai. Ci rialzavamo immediatamente, come se nessun dolore potesse scalfire quel momento. Le ginocchia sbucciate e le mani impolverate.

Le ore passavano veloci, tanto che a un certo punto sembrava che il tempo stesso avesse scelto di correre con noi.

Io, spesso, portavo la mano alla bocca per coprire il sorriso, temevo che qualcuno potesse leggere nei miei gesti la mia felicità.


Ora so che quella era una felicità pura una felicità che allora non sapevo riconoscere ma di cui, ancora oggi, quando ci penso, sento la mancanza come si sente il vento sul volto durante la prima vera pedalata senza mani che ti tengono.

 
 

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